|
|
 |
|
"Con le
ghette, ciaspole e sci al Colle delle Radici" |
|
Angelo Mattia Rocco |
Il richiamo del
Laceno,
con la sua vocina insistente durante i giorni passati a studiare,
finalmente si placava all'arrivo della Domenica. Il giorno dedicato
alla Montagna , il giorno dove finalmente si concretizza e si
riprende quel percorso lunghissimo che da qualche anno mi sta
vedendo partecipe su queste terre. Quel passaggio sui Monti
Picentini
che si arricchisce di significato ogni qual volta i miei passi
ricadono sulle terre secche o innevate dell'altopiano
Laceno.
Lo scenario di un lago finalmente spoglio dalle nebbie, con la vista
di sua altezza
Cervialto
che "pandorizzato"
aspettava qualcuno che l'avesse sfidato ancora una volta. Ma il
primo giorno di Febbraio riservava altre esperienze legate a posti
nuovi che si fondevano con la conoscenza di "vecchi passaggi" ormai
scritti per sempre nel cuore e nella mente.
La strada per
Calabritto
rivestita da una lingua di neve , spezzata ai lati dal cammino dei
fuoristrada, conduceva dritta nel cuore della Montagna e man mano
cominciava a diventarne parte di essa scomparendo progressivamente.
I fiocchi cadevano bagnati lasciando agli occhi quella sottile linea
ideale che spezzava il "caldo" con il "freddo" trasformando a
seconda delle piccole variazioni le precipitazioni in neve o in
pioggia. Il cielo cupo lasciava intravedere solo come un'ombra il
sole che da tempi "lontani" manca sulle vallate dell'Acernese
e fa si che si conservi il suo aspetto più
consono
al periodo. Un percorso verso il Colle del Leone allietato da
scenari stravolti, cascatelle, rivoli, ruscelli e laghetti
formatisi
in questo "folle" tardo autunno senza fine. Il suono dell'acqua che
impattava sulle rocce, quegli schizzi che toccavano gli argini
innevati creando buchi uniformi come lacrime di gioia della natura,
un paesaggio rigoglioso nonostante i rami degli alberi lasciassero
trasparire ancora la loro "stanca presenza".
Da un angolo del piano l'Acernese
scorgo il canalone che conduce al Vallone del Turco e ricordo quel
sentiero verde che mi appare all'improvviso dinanzi agli occhi come
un immagine astratta che vaga senza meta in quei momenti di completa
immedesimazione con l'amica Montagna.
Un ricordo legato ai primi passi
escursionistici, con pochi amici, all'avventura senza
conoscere "regole" e senza immaginare le sorprese che la vita mi
avrebbe apportato.
La neve intanto , con la leggera ascesa, consentiva l'uso delle
ciaspole
e dopo qualche piccola difficoltà dovuta ai lacci e allo scarpone,
riesco a prendere il giusto passo e attraverso l'altopiano
soffermando l'attenzione su un piccolo albero solitario che d'estate
avevo immortalato nel suo verde splendore e nella sua
buocolica
forma insieme ad un piccole gregge di pecore.
Ma i pensieri non fan no
da freno al nuovo entusiasmo e sollevando neve con il "tacco" che si
riversa sulle parti "scoperte" (senza ghette) del pantalone con il
gruppo del
CAI di Salerno entriamo finalmente nella "porta dei faggi"
che separa il Piano l'Acernese
dal piccolissimo Piano dei Vaccari. Un pianoro coperto, immerso nel
bosco, quasi invisibile dalla strada, una minuscola radura dalla
quale salendo per un sentiero alberato giungiamo allo
scollinamento del Colle del Leone. Al Colle, la strada
asfaltata era una lunga "pista da sci" e si diramava in alto e verso
il basso a seconda dei gusti di
ciaspolatori e sciatori. Dall'alto il
Raiamagra
"sfornava" nuvole di neve e dal basso la pioggia voleva impadronirsi
dei guadi asciutti delle fiumare e impedirci il cammino verso il
Piano del
Cupone. Uno sguardo deciso e attento tra i più esperti della
"spedizione" e siamo giù, tra la neve delle faggete, tralasciando la
mulattiera e addentrandoci nel bosco come stambecchi su pendi ripidi
e innevati. Il serpentone di
ciaspolatori scendeva sinuoso verso il prato del Leone,
mentre gli sciatori si congiungevano dall'altro versante fino
all'appuntamento "secondario" per decidere su che percorso
proseguire. La pioggia diveniva più insistente e sulle mantelline
erano evidenti solchi d'acqua che raggiungevano le estremità degli
abbigliamenti e penetravano al loro interno. Il
Raiamagra
faceva quasi rimpiangere la scelta dei "bassi luoghi",
finché
ancora una volta veniamo sorpresi dal tempo che ci concede un alito
velocissimo di grecale con un lento passaggio a neve delle
precipitazioni. Forza e coraggio e di nuovo in cammino,
oltrepassando la collinetta che in estate è comandata dalle felci e
percorrendo le mulattiere bianche tra pozzanghere "granitose"
che in pochi passi giungono al bivio del Piano del
Cupone.
Sulla destra una scia di rocce ad indicare una quota neve che
terminava a 1000 metri, sulla
sinistra una visuale aperta verso il bianco che spinge a
proseguirla
e ad ammirare la solitudine del
Cupone
e lo spettrale gioco degli arbusti che spuntano dalla neve come
soldati che scrutano dalle trincee gli ignari escursionisti. Il
tempo inclemente intanto riprende a "lacrimare" e a sfiancare
l'imperterrita compagnia che in cerca di imbocchi nascosti dalla
neve esplora il piccolo altopiano nei sui selvaggi passaggi
finchè
uscendo dal "labirinto" si ritrova su una pendente salita che
costeggia un profondo canalone.
Gli animi sembrano placarsi, come arrivati a metà di una giornata
che merita un attimo di pausa e su quella salita lunga, tra nevose
fronde e rami bassi inizia il tratto dedicato alla "parola".
Sentieri, termini antichi, leggende, storie di uomini che come noi
un tempo solcarono queste terre, pastori , briganti, un passeggiar
che rievocando persone e luoghi riaccende la passione e riscalda
l'animo, tanto che non mi accorgo di non indossare i guanti e la
fame e la sete si assentano in quei piacevoli istanti. L'ardore del
comunicare i sentimenti comuni che si trasforma in stimoli nuovi e
nuove amicizie conduce fino al Valico del Colle delle Radici dove
ancora una volta madre natura ci premia con la sua soffice creatura.
Inizia il ritorno verso il
Laceno
su quella strada percorsa in bici tantissime volte che sembrava una
mulattiera immersa nel cuore dei Monti. L'asfalto coperto, il nero
tinto di bianco , una sensazione di novità e
di grandezza, ma
soprattutto un brivido di commozione nel vivere quel luogo
lontano dal passaggio di auto e lontano da rumori molesti e
"incoerenti".
In una curva poniamo il nostro campo base, pranziamo ed io ritorno
con la mente a quel 10 Agosto a Montagna Grande, quando parlando
decisi che un giorno avrei
voluto
provare lo sci escursionismo, e come in un "veloce ritorno",
all'improvviso mi ritrovo su quegli sci, lasciando per qualche
chilometro
il dolce scricchiolio e la grande
versatilità
delle
ciaspole per provare quel silenzioso ed agile "pattinare". Un
cammino leggero, veloce e faticoso tra canalette , rami da superare
e cadute in agguato, un divertimento unico che si cerca di sfruttare
fino all'ultimo
briciolo di neve, quando l'erba spunta dal "ghiaccio", la
terra diventa marrone e il
Laceno
riappare all'orizzonte.
|
|
|