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 Oggetto del messaggio: Consigliateci poesie!
MessaggioInviato: mercoledì 5 marzo 2008, 17:47 
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Per la mostra del 15-16 Marzo oltre alle fotografie abbineremo pezzi tratti da poesie famose ed inedite riguardanti la Campania. Aiutateci a trovare queste poesie e se volete compnetene una voi!

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MessaggioInviato: mercoledì 5 marzo 2008, 19:25 
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In uno dei pochi libri in prosa di Ungaretti, "Il Deserto e dopo", pubblicato nel 1961, c'è una parte che descrive il suo viaggio nel Cilento del 1932.

Parlando di Agropoli : "E che cos'è quell'alta rupe che ci appare lastricata fino in cima da campicelli come da un'elegante geometria? E perché l'erba, quasi azzurra su quella rupe, trascolorisce irrequieta, come da un sottopelle di tatuaggio a una scorticatura smaltata? Ne vedrò più tardi l'altra anca, nuda e scabra: è la Punta d'Agropoli, e, come un canguro, sulla sua pancia, nascondendola al mare, porta la sua città: un'unica strada che le case fanno stretta, che bruscamente diventa quasi verticale, e ci offre una prospettiva di gente sparsa in moto".

Pisciotta e Palinuro: "In quel mentre, mentre passiamo di fianco a Pisciotta, ci appare, penetrato nel mare, Palinuro, come uno squalo smisurato, cariato d'oro. Pisciotta si svolge in tre fasce su una parete: la più alta è il vecchio paese, di case gravi e brune e a grandi arcate; in mezzo, sono ulivi sparsi come pecore a frotte; la terza, a livello dell'acqua, la formano case nuove e leggere, i cui muri sembrano torniti dall'aria in peristili".

Palinuro: "Ed ora gli ulivi hanno un alone di luce intorno alle foglie, come i santi.
Ora i monti che ci fiancheggiano vanno avanti e indietro, e alcuni arrivano ritti sull'acqua, e altri, prostrati, appiattiti, si prolungano in orazione verso l'acqua [...].
Di colpo, il mare in un punto ha un forte fremito: è un branco d'anatre marzaiole che si rimettono in viaggio. Sono arrivate sull'alba, e ora che principia l'imbrunire, volano via. Così fuggì quel Dio Sonno sceso a tradire Palinuro mandandolo in malora col timone spezzato. E le onde, ora repentinamente infuriate, le muove forse il nuoto disperato del fedele nocchiere d'Enea?

Piccole grotte ora ci fanno compagnia. I cavalloni penetrando in quegli occhi bui, disturbano le pietre, muovendo un rumore d'antiche ossa.

Il Porto di Palinuro ha le casette bianche, e l'ultima è rosa: sembrano sulle prime biancheria stesa ad asciugare, e poi blocchetti di gesso. [...]

Non ho mai visto acqua di pari trasparenza a quella che scopro avvicinandomi al porto. Vediamo la sabbia del letto come pettinata soavemente, e i nastri delle alghe trasformare in serpenti agitati, la bella capigliatura".

Paestum: "Circondandoli di febbre, seminando per tante miglia all'ingiro la paura, il tempo ha difeso per noi dalla morte il miracolo della loro forza. Che vediamo crescere, dominare, farsi arida, tremenda, disumana, e farsi pura idea via via che ci avviciniamo.

Ora che siamo vicini, avviene che uno stormo di cornacchie si mette in fuga dal tempio di Poseidone; e appena in aria, una prima cornacchia lancia il suo gracchio; le altre rispondono rifacendo più e più volte quel verso. Di nuovo il corifeo strazia l'aria: questa volta i gracchi erano due, di tono nettamente più acuto; e il coro ripete i versacci accelerando il ritmo. Dopo, esse, in una confusione di strilli, spariscono... Sarà per averci fatto il nido da tante mai generazioni, sarà caso, sarà natura di questi uccelli atri, ma la metrica del loro canto è quella del tempio.

Non ve lo starò a descrivere. Dirò solo che, davanti, il timpano e le colonne doriche ci mostrano un travertino come un vetro infiammato: nel cuore della pietra brucia la luce che non consuma, e traspare la sua indifferenza sacra. Ai lati c'è invece il senso tragico del deperire: colonne vuotate dai lunghi anni con i labirinti della carie; e hanno un aspetto di funghi rugginosi, e anche di mummie tolte dalle fasce. Ed allora girandogli intorno, l'uomo raggiunge l'ultimo limite dell'idea del suo nulla, al cospetto d'un'arte che colla sua giusta misura lo schiaccia. Gli altri due templi, più tenui di colore, d'un lavoro più grazioso, meno religioso, sembrano, non avendo più ritte che le colonne del perimetro, vecchie gabbie buttate lì".


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MessaggioInviato: mercoledì 5 marzo 2008, 19:30 
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Ottimo Miky, continuate cosi!

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MessaggioInviato: giovedì 6 marzo 2008, 17:07 
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Poesie di Gianfranco Brienza

A Cicciano

Sibilano i venti degli avellani monti
obliqui gli alberi, ossequiano i passanti
che ‘a piè veloci appaiono lunari!

Venti impetuosi, freddi e rumorosi
corpi leggeri volano impazziti
in un turbinio di molteplici colori!

Sibilano i venti di questi nostri monti
spazzan le strade e arrecan danni…
tutt’intorno, ‘a case e ai rigogliosi campi!

Vierno

Na faccia me pare, la luna chiena,
ca schiara la notte, guardannece sotto.
Cu ‘o viento ca tira, sti ramme t’ fanno,
nu ballo antico, e li foglie ca vanno!
Tappeto de foglie se fa la campagna,
e fuosse, cu l’acqua, specchie se fanno.
Schiarato da luna ‘o Vesuvio è cchiù bello,
la cimma, è ‘nbiancata da neve ‘e stu vièrno.
S’arape stu core, a pensiere assaie belle?
Nu quadro me pare… sta fenestella!


Custiera amalfitana

Custiera amalfitana... che me saputo fa'?
te mise dint' 'o core, nun te vuo'cchiù levà!
L'addore de limone, d'arance e mandarine
'o sento'a tutte ll'ore, specie si è matina.
'o sole 'a costa 'e scoglie e chillu mare blu
na varca 'mmiezo 'o mare, na refulella e tu.
Me songo strencenato guardanno me c'appizzo
Amalfi Positano Vietri cu Nerano sì ca so' bellizze?
Cchiù me guardo attuòrno e cchiù ve vurria fa' capace
ca chisto è natu munno, pure si 'o sole coce.
Pe chi mo' và luntano'o pe chi va alldilà
nun trova'o paraviso pecchè chillo... sta ccà!


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MessaggioInviato: giovedì 6 marzo 2008, 17:13 
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Il Vesuvio (Vezuvij)

Ne la corazza sua di lava nera,
presso l'azzurro mar, solo ed irato,
scuro gigante levasi il Vesuvio
e il cielo annebbia col suo denso fiato.
Pompei, Ercolano e Stabia a le sue falde
come scheletri dormon dissepolti;
il mare canta, mormora e riluce
e sussurran de' mirti i boschi folti.
Scende la notte, la natura tace,
s'addormentano i boschi e il mar silente,
e il vegliardo gigante sempre desto
rischiara il cielo col suo fiato ardente.

Ivan Vazov
[Traduzione dal bulgaro: Enrico Damiani]


Sorrento

Un'armonia segreta
incide nell'azzurro il tuo profilo
ridente di giardini
sui poggi dai riflessi d'oro antico
alti sul mare.

E dai colli t'ammantano gli ulivi
d'un velario di perla
come per addolcire l'abbagliante
prodigio dei colori
che si rinnova al sole
perché tu possa innamorare il mondo.

E se lungo i sentieri
nell'ombra dei limoni o per le balze
di ginestre risuona ancora l'eco
malinconica e dolce d'un lamento
d'amore, negli anfratti
cupi della tua costa
ridestano le onde un mito greco.

Ma quando, a prima sera,
palpita una lampara vagabonda
e sembra il silenzioso frantumarsi
d'una stella sull'acqua,
tu sai inventare ancora una leggenda
per narrarla alla luna.

Salvatore Cangiani


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MessaggioInviato: venerdì 7 marzo 2008, 14:12 
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Posto questa poesia trovata in rete.
Ciao!!!!

CCHE SSI' CILIENTO MIA!

CCHE SSI' CILIENTO MIA! Nna sèleva 'nserrata r'aucieddi / 'nno scuoglio 'ntrattenuto ra lo mari / li capiddi tuoi sò l'aulivi / scegliati e pettenati ra lo viento / ...CCHE SSI' CILIENTO MIA! / Re siddi e dde castagne sape l'aria / c'addora re Jnestre e dde mortedda / e si sagli a la Maronna re lo monte / te pare r'acchianare 'mparaviso. / ...CCHE SSI' CILIENTO MIA! / La gente toa spersa ppe lo munno / te porta 'nfunno a li pensieri tuoi / e sulo sperisce re venì a murire / 'mpere a 'nna chianta re fic'o r'aulivo. / ...CCHE SSI' CILIENTO MIA! / Terra voita e senza patruni / cco ciento paisi scarcagnati / ca si 'nge nasci com'a 'nno crapetto / subbito sai cosè la libbertà.



COSA SEI CILENTO MIA! Una selva stracolma d'uccelli / uno scoglio giocato dal mare / i tuoi capelli sono gli ulivi / scompigliati e pettinati dal vento / ...COSA SEI CILENTO MIA! / Di porcini e di castagne ha il sapore l'aria / che profuma di ginestre e di mirto / e se ascendi alla Madonna del Monte / ti sembra di salire in Paradiso....COSA SEI CILENTO MIA! / La gente tua dispersa per il mondo / ti porta in fondo ai suoi pensieri / e solo spera di venire a morire ai piedi di un fico o d'ulivo. / ...COSA SEI CILENTO MIA! / Terra abbandonata e senza padroni / con cento paesini scalcagnati / che se hai la ventura di nascervi / subito sai cos'è la libertà.

Questa sessione è curata dal prof. Giuseppe De Vita, insigne cilentano, Professore presso l'Università della Basilicata.

Nato da umile famiglia a Moio della Civitella (SA) il 16.09.1942 da Enrico, emigrato negli anni 50 in Venezuela e Giovanna Pilerci, conseguì nel 1971 la laurea in Ingegneria Civile Edile discutendo con il prof. Domenico Andriello la tesi:" Le potenzialità turistiche del Cilento" . In questo suo studio preconizzava la nascita del Parco Nazionale del Cilento.

Funzionario all'Ufficio Urbanistica della Regione Basilicata dal 1974 al 1985. Dal 1985 è Ricercatore presso la facoltà di Agraria della Università della Basilicata, continuando ad approfondire i temi del Paesaggio e della Pianificazione Territoriale. In tutti gli anni dopo la laurea ha coltivo l'esercizio dello scrivere e del riflettere sulla propria terra d'origine, sulla condizione dei contadini che nel dopoguerra spesso diventavano emigranti.

Nel 1998 dà alle stampe il suo primo volume di poesie, nel dialetto del Cilento interno, nel dal titolo che è un omaggio alla propria terra: "...Cche ssì Ciliento mia!". Le mille copie stampate vanno a ruba e presto sono esaurite.

Nel 2000 dà alle stampe il secondo volume dal titolo:" Orla mari." .

Nel 2004 pubblica il terzo volume :" Fronne r'aulivo". Della sua poesia si sono interessati critici di livello nazionale.

E' entrato a far parte della ponderosa opera edita dal Consiglio Regionale della Regione Basilicata sui poeti lucani perché il nostro autore vive da oltre trenta anni in Avigliano in provincia di Potenza. Trascorre però tutti i fine settimana ed ogni estate rigorosamente nel Cilento.

Ha condotto programmi televisivi culturali sull'emittente Rete 7 di Vallo della Lucania ed in Telesalerno per parlare un un pubblico più vasto della terra che ama: il Cilento. Numerose le sue pubblicazioni in campo scientifico sempre orientate sullo studio del territorio cilentano e lucano.

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MessaggioInviato: venerdì 7 marzo 2008, 14:15 
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Altra poesia dello stesso autore:

Quanno partisti

Quanno partisti / patre, ppe la Merica / a la ventura / ‘nno respensorio ‘ncuoddo / nne lassasti. / Nui, zichi, / parìamo orfanieddi / spiersi inta la via.

La tofa re lo postale / tinìa e ancora tene / sapore re tofa re navi.

Inta la vigna / mogliereta s’accirìa re fatìa / ppe spenne / ddo fuoco re giuventù / ca inta re ardìa.

Ia ppe la casa / mammeta ‘nzallanuta / e li iuorni e la vita / le conzumava senza fantasia.

Quanno tornasti, patre, / roppo tant’anni, / come sponta ‘n ato fiore / a stiento / ‘ncoppa lo milo / roppo ‘nna gelata r’abbrìli / accussì / spontarono tra re nui / le parole, li sguardi, le cunfirenze.

‘Ncasa nosta, a lo Ciliento / avìa fatto meno ranni la uerra! (in dialetto cilentano)

(in lingua)

Quando partisti, padre / per l’America, alla ventura / un’angoscia dentro ci lasciasti.

Noi, piccoli, / sembravamo orfani / smarriti sulla via.

Il clacson del pullmann / aveva, ed ancora ha / sapore di sirena di nave.

Nella vigna, tua moglie / si dannava di fatica / per spendere quel fuoco di gioventù / che le ardeva dentro.

Vagava per la casa / tua madre senza più senno / ed i giorni e la vita / li consumava senza fantasia.

Quando tornasti, padre, / dopo tanti anni / a stento, come spunta un altro fiore sul melo / dopo una gelata d’aprile / così spuntarono tra di noi: / le parole, gli sguardi, le confidenze.

In casa nostra, al Cilento, / aveva fatto meno danni la guerra!

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